
Dal fondo del bicchiere al centro della scena: gli amari nella mixology

Per generazioni l’amaro ha vissuto in un ruolo secondario, la chiusura del pasto. Oggi è materia prima da bar: il Black Manhattan, dove l’amaro sostituisce il vermouth, o l’Amaro Spritz, alternativa all’Aperol Spritz, sono ricette che i clienti chiedono per nome. Il motivo è chimico prima che culturale: un amaro è un infuso complesso di genziana, china, rabarbaro, scorze e spezie, che porta in un cocktail una profondità aromatica che uno spirito singolo non può dare da solo. Non stupisce che i bartender lo trattino come un ingrediente “sartoriale”, da dosare per correggere e dare carattere.
Il rito dell’amaro a fine pasto

E però l’amaro resta anche l’esatto opposto della mixology: un gesto lento, non un cocktail da bere in piedi. Non si beve per dissetarsi, lo si beve per prolungare una conversazione, per marcare che il pasto è finito ma la serata no — un rito digestivo nel senso letterale (le componenti amaricanti stimolano davvero i succhi gastrici) e in senso più ampio: il momento in cui, culturalmente, si rallenta. Questa doppia vita — ingrediente veloce nel bicchiere del bartender, gesto lento nel bicchierino della nonna — non è una contraddizione: è la prova che l’amaro attraversa i registri sociali senza perdere identità.
Amari artigianali di territorio
L’Italia ha una geografia dell’amaro prima ancora che una lista di marchi — e non serve andare lontano per vederla: basta restare tra i laghi e le Prealpi Varesine. Il TIM nasce nel 1903, un liquore ambrato ottenuto macerando i fiori di timo serpillo che cresce spontaneo sulle nostre colline. L’Amaro Rubino Bio, molto più recente ma già premiato come miglior amaro alle erbe al mondo ai World Liqueur Awards 2022, raccoglie venti botaniche prealpine — camomilla, sambuco, issopo di montagna, genziana, miele locale — a testimonianza che il territorio continua a produrre ricette nuove, non solo a conservare quelle vecchie. Sulla stessa linea, anche il nostro Brugo alla Camomilla nasce dalla stessa logica: raccontare cosa cresce davvero attorno a noi, non inseguire una ricetta astratta.
Il paradosso del nome: quando l’amaro non è amaro
Se assaggiate in fila un paio di amari commerciali e un digestivo alle erbe ad alta concentrazione di china, scoprirete che i primi sono in realtà liquori dolci — balsamici, speziati, con lo zucchero come componente dominante, non l’amaro. Eppure li chiamiamo tutti “amari” senza battere ciglio.
Si usa “amaro” per estensione e per consuetudine, perché l’italiano medio chiama prosecco qualsiasi bollicina, anche quando non c’entra niente con Conegliano. Quindi perché non chiamare amaro anche l’acqua e zucchero?
Giusto per essere un po’ polemici: sono le stesse persone che dicono di non bere vini dolci e poi bevono il prosecco a 17 g/L di zucchero e gli amari commerciali a 80 g/L.
Capirlo è la chiave per assaggiare senza pregiudizio: chi cerca amarezza vera in prodotti di successo e commerciali, non la troverà. Il mercato chiede zucchero, e le produzioni gli vanno incontro. Chi vuole un vero digestivo amaricante deve orientarsi su genziana pura o china concentrata. La parola “amaro” in etichetta è un punto di partenza, non una promessa di gusto.
Da Enoteca Chirico continuiamo a scegliere amari e liquori italiani — locali e non, dolci o davvero amari — proprio perché dietro un’unica parola si nasconde un intero mondo da spiegare bicchiere per bicchiere. Se volete scoprirlo, sapete dove trovarci.